Caro Malipiero,

stamani, quando sono entrato nella mia stanza all’Istituto Musicale, ed ero tutto vibrante di sdegno per il tuo insensato e tristo articolo sui «Conservatori» che avevo appena letto sul «Pianoforte» e ho alzato gli occhi verso le immagini che circondano il luogo della mia umile fatica quotidiana…

Ma tu non ci sei mai entrato nella mia stanza all’Istituto, e bisogna che ti dica quali sono quelle immagini, che ce le ho fatte mettere io, s’intende. In alto sulla parte dietro al mio tavolo ci sono tre grandi ritratti: quello di Bellini in mezzo, e ai lati quelli di Gluck e Wagner: sulla parete di fronte ci sono Rossini e Verdi, e più in basso Donizetti e Schumann. e sopra una terza parte Bach e Händel, e Haydn e Mozart; e la maschera di Beethoven sta, sola, sul pianoforte. […]

E allora, io che avevo l’animo tutto vibrante di sdegno, e avevo già fermo il proposito di scriverti questa lettera, allora io ho detto: Sì, lo vedo, lo so: che può importare a voi delle ingiurie di noi piccoli uomini? Ingiurie, insulti, incomprensione, ingratitudine, non poterono nulla sul vostro animo mentre voi eravate in questo mondo miserabile: che potrebbero ora, che ne siete fuori e tanto più in alto? […]

Tu hai già compreso, mio povero amico, che non ho preso la penna per scrivere contro la tua proposta di riforma dei Conservatori di Musica, e per confutarle e discuterle. Proposte che si potrebbero dire insensate se non fossero prima di tutto ingenue, e – scusami –  anche ridicole. Davvero, chi non sapesse che tu sei, benché da pochi mesi, professore di armonia e contrappunto e fuga e composizione in un Conservatori (e dico, voglio credere che codeste cose tu glie le insegnerai, ai tuoi scolari!) potrebbe pensare che in un Conservatorio di Musica tu non ci hai messo piede!

Non contro le tue proposte di riforme, dunque, io voglio scriverti: ma lo devo contro la tua diffamazione della musica dell’800, di quella italiana specialmente.

Prima di tutto bada che il tuo terrore della musica dell’800 – pare che tu la tema come le nottole temono il sole – a meno che la evidente scarsa dimestichezza delle parole non t’abbia tradito, cose un poco buffe. Hai detto, p.e., che certa musica melodrammatica, quella dell’800, non serve che «a sviluppare la idiozia musicale». Santo Dio! A sviluppare l’idiozia da che cosa? Dall’intelligenza? E allora lasciala avviluppata, che sarà meglio. […]

Ma tu no, non sei felice, mio povero amico. Tu sei malato (parole tue) di «oppressione ottocentesca», che deve essere, a giudicare dagli effetti, una assai brutta malattia! E naturalmente te la prendi con la cagione del tuo male, cioè con essa musica inumana e crudele, e la accusi di essere infetta e infestatrice degli «organi acustici» degli uomini d’oggi, infetti come sono, son causa, tu dici, che chi ascolta la musica… modernissima non possa comprenderla. […]

Parliamo un po’ sul serio, mio povero amico. E per cominciare io direi che sarebbe ora di finirla con le requisitorie contro l’800. Che ci si siano divertiti e sfogati, che ci si divertano e sfoghino i ragazzi di vent’anni, sia pure […] Ma noi abbiamo quarant’anni, amico mio, l’età della ragione e del silenzio: e se non questo, che dicono sia d’oro, almeno quella, che può essere di buon ferro nero e forte. E a quarant’anni un artista, musicista, compositore, ha il dovere di aver compreso che nella storia della musica l’800 è uno dei secoli più grandi, grande e meraviglioso per il numero e l’altezza dei creatori e per la bellezza delle opere create, per l’importanza e la copia delle conquiste armoniche e strumentali e per la corrispondenza delle opere alla vita spirituale contemporanea. […]

Ma l’oggetto del tuo maggior disprezzo, e il tuo terrore, e il tuo incubo, è l’opera! L’opera teatrale! Un’opera nella quale uomini veri parlano e cantano, un’opera in cui si tratta di quelle rancide e stomachevoli cose che sono le passioni umane, l’amore, la gioia, il dolore… Il balletto, quello alla russa specialmente, quello è una cosa veramente bella e pura e nobile, no? […]

Ah, il disprezzo dell’opera! Disprezzo o paura? Perché, veramente, io ho un vago sospetto che sia paura di una cosa troppo chiara, troppo schietta, troppo umanamente sana e reale… Si ha paura dell’opera oggi, come si ha paura dell’accordo perfetto, chiara limpida luce che potrebbe illuminare un’intimità miserabile. […]

Mi serberai rancore, mio povero amico? Forse sì, e me ne dorrà, ma la colpa sarà stata sua. Ma vuoi della tua colpa lavarti? Tu stai ora a Parma, e Busseto è a pochi chilometri. Vai a Busseto, solo, in pellegrinaggio d’espiazione e d’amore. […]

Ventidue anni fa, dinanzi alla villa c’era un’aiuola rossa di salvie fiorite: ora non ci sarà più. E sui pioppi –  era d’ottobre – c’era ancora qualche foglia gialla: ora saranno spogli. E giù dai quei pochi scalini dinanzi alla porta scendeva il Gran Vecchio, maestoso e dolce… Ora egli non c’è più.

Ma vai, e varca il cancello, e dinanzi a quella porta chiusa inginocchiati. Egli ti perdonerà.

 

ILDEBRANDO PIZZETTI, L’infezione musicale ottocentesca, in «Il Pianoforte», III/1, 1922, pp. 7-10

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