Quest’avventura, che ha preso le mosse dall’iniziativa spontanea di alcuni docenti di diversi Conservatori italiani, non nasce da rivendicazioni, né le rappresenta; nemmeno quella forse del tutto comprensibile e perdonabile all’esser-ci. Se ci siamo persi nel groviglio di esistenze personali e professionali, se abbiamo lasciato fare ad altri per noi, in fondo è stata in gran parte responsabilità nostra, della nostra sfiducia, e forse anche un po’ di quell’individualismo che è talvolta il lascito peggiore e imprevedibile di una formazione musicale.

I problemi tuttora irrisolti sono sotto gli occhi di tutti, inutile quasi ricordarli: i Bienni tuttora sperimentali, il reclutamento, la governance, la questione abilmente sottaciuta della futura geografia delle Istituzioni, la valutazione e l’Anvur, la mancata attivazione dei dottorati, per non dire del precariato o della questione della seconda fascia.

Ora però qualcosa sembra invitarci a uno sguardo più attento, a non rassegnarci allo stigma di minorità cui (ci) siamo condannati tanto all’interno del sistema formativo quanto poi nella società, e a trasformarlo anzi nell’origine di un tentativo del tutto nuovo di farci moltitudine. Sono infatti alle viste profonde trasformazioni, né crediamo si possa più a lungo confidare un po’ ipocritamente in quel procedere lento e inconcludente che tante volte abbiamo criticato e che ha incarnato alla perfezione negli ultimi sedici anni il totale disinteresse della politica per il sistema Afam. Di qui la necessità di collaborare, interloquire e interagire con tutti gli altri soggetti attivi nel settore della formazione musicale, per riprenderci anche nostre forti forme di rappresentanza (affatto diverse da quelle sindacali) che la cabina di regia oggi sembra non gradire affatto, considerandole sostanzialmente un impiccio o un intralcio; quelle forme di rappresentanza che si sono sfarinate un po’ alla volta, e che oggi ci paiono del tutto e pericolosamente assenti.

Partiamo da qui: da uno spazio di dialogo che non si riduca a mero conversatorio ma che si imponga invece di prendere parte e posizione sulle questioni che ci riguardano, e che preluda dopo questa fase costituente alla rapida nascita di un organismo rappresentativo.
Temiamo davvero che non ci sarà un’altra occasione; crediamo che provare a delineare un nuovo orizzonte per un intero sistema formativo e per una classe docente costretta a considerare giovani i cinquantenni sia un nostro preciso e urgente dovere. Lo dobbiamo anche a tutti quelli che, colleghi o non ancora, giovani lo sono ancora per davvero.